Milano, 13 gennaio 2018 - E dopo? Che accadrà dopo il 4 marzo? Non è una domanda. È la domanda. Senza risposta. I Cinque Stelle – orfani di Grillo (se lascia il Movimento non si capisce come possa restarne Garante…) – sono saldamente in testa nei sondaggi, ma difficilmente avranno i numeri per governare, seppure sommati a quelli di Grasso. Andare da soli fa perdere molti collegi uninominali. Il Nord è (sembra) blindato dal centrodestra. Le regioni rosse si scoloriscono, ma non dovrebbero scendere sotto un rosa carico. Nel Centrosud si annuncia una lotta all’arma bianca. È estremamente difficile che la coalizione di Renzi – indebolita dalla scomparsa di Alfano e di Pisapia e dalla scissione di Alternativa Popolare – possa raggiungere un risultato che le consenta di sedere a capotavola. Perciò (secondo i sondaggi) sarà il centrodestra ad avvicinarsi di più alla soglia fatale della maggioranza assoluta. Se gli mancassero soltanto una ventina di seggi, come sostiene qualche analista, ci sarebbe la corsa a procurarglieli. Ma a quasi due mesi dalle elezioni non è serio dare a questi esercizi un peso maggiore di quello che meritano.

Ooccorre perciò scavalcare le parole della campagna elettorale e intuire i retropensieri. Esercizio anche questo assai arbitrario, al quale peraltro Silvio Berlusconi ha dato l’altra sera a ‘Porta a porta’ un minimo di appiglio. Richiesto di avventurarsi nell’ipotesi di un Parlamento senza maggioranza, il Cavaliere ha detto che potrebbe allearsi col centrosinistra in un governo di salute pubblica soltanto se Renzi accettasse per intero il programma del centrodestra. È un evidente paradosso, ma lascia immaginare che Berlusconi non chiuderebbe la porta in faccia al capo dello Stato se gli chiedesse di non riportare il Paese subito a nuove elezioni. Perché questo discorso possa svilupparsi occorrono almeno tre condizioni. 1. I numeri, com’è ovvio, dovrebbero esserne le fondamenta 2. Forza Italia, con il sostegno dei ‘governativi’ della Quarta Gamba, dovrebbe essere nettamente più forte della Lega 3. Il Pd non dovrebbe allontanarsi troppo (in discesa) dalla soglia psicologica del 25 per cento: la stessa del Bersani 2013, quando peraltro non c’era stata una scissione.

I rapporti tra Forza Italia e Lega sono tutti da definire. I sondaggi tendono a escludere che Salvini prenda più voti del Cavaliere. La drammatica rottura con Maroni non gli toglie truppe nel partito, ma potrebbe dirottare verso Forza Italia una parte dell’elettorato moderato lombardo che non ama i toni aspri di Salvini. Pare che i tecnici dei due partiti si stiano mettendo d’accordo su una quota della flat tax intorno al 20/23 per cento. Che insieme con le pensioni minime a mille euro e la defiscalizzazione per sei anni del lavoro giovanile ne rappresenta l’architrave. Renzi dice agli elettori che ciascuna delle sue promesse è garantita dal già fatto (gli 80 euro alle famiglie con figli evocano gli 80 euro dati a dieci milioni di persone che guadagnano meno di 1500 euro al mese). Berlusconi può dire la stessa cosa sulle pensioni minime, che portò a un milione al mese all’inizio del 2001. La flat tax è la vera grande scommessa. La maggioranza assoluta del centrodestra dipenderà dalla quantità di italiani che la crederanno realizzabile