Milano, 12 agosto 2017 - Nel post-Brexit di Milano non c’è solo l’ambizione di diventare sede dell’Agenzia europea del farmaco. Il capoluogo meneghino ha tutte le potenzialità per diventare anche la capitale europea della finanza digitale. Lo hanno capito banche e istituzioni pubbliche, consapevoli della ricchezza che può essere generata dalle start-up italiane e straniere nel settore della finanza innovativa. A fine luglio il Ministero dell’Economia ha attivato un tavolo di lavoro tra gli operatori del settore per valutare azioni legislative e di mercato. Il deputato Pd, Sebastiano Barbanti ha promosso un’indagine parlamentare in commissione finanze e punta a creare un’associazione di categoria per raggruppare le aziende del settore. Se l’Italia vuole diventare un Paese più attrattivo verso chi investe nell’industria dei servizi finanziari innovativi, occorre anzitutto valorizzare la incoraggiante creatività mostrata negli ultimi anni da tantissime start-up. Milano da questo punto di vista è una piazza d’eccellenza, sede della Borsa, baricentro della finanza. Le banche, si sa, tra cure dimagranti e farraginosi cambiamenti di governance e procedure, fanno fatica ad evolversi.

La politica a volte si mette di traverso per difendere rendite di posizione. Per sradicare questo tipo di incrostazioni culturali e burocratiche occorre agire in primo luogo sulla leva fiscale, rendendo più invitante il mercato italiano per realtà straniere che si stanno già guardando intorno, considerato che l’uscita dall’Unione europea toglierà appeal a Londra. Il gruppo Sella ha già deciso che buona parte del suo nuovo mini-grattacielo di Porta Nuova, a Milano, ospiterà uffici e iniziative per stimolare la cultura della finanza digitale. Anche la city manager del Comune di Milano, Arabella Caporello dialoga da tempo con il governo e con gruppi privati interessati ad attirare imprese dall’estero per investire in finanza innovativa, uno degli ambiti in grado di riassorbire la forza lavoro che inevitabilmente andrà persa nei settori della finanza tradizionale, a causa della progressiva digitalizzazione delle funzioni e delle transazioni. Pubblico e privato devono remare nella stessa direzione, senza laceranti campanilismi Milano-Roma, sensibilizzando Banca d’Italia e Consob affinchè mettano nelle migliori condizioni gli investitori finanziari internazionali, in una logica inclusiva e di valorizzazione neutrale e meritocratica delle eccellenze. Senza anacronistici nazionalismi e penalizzanti corporativismi.

*Docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica