Milano, 12 ottobre 2017 - La violenta polemica sui voti di fiducia è giusta? C’erano altre strade? Più democratiche? Per esempio: si sarebbe potuto fare la legge elettorale con un decreto del governo? In principio niente lo vieta ma tutti convengono che sarebbe stato uno strappo ben più grave. Per non dire che anche i decreti devono essere convertiti in legge e che la questione del voto di fiducia si sarebbe riproposta comunque. Seconda questione: la legislatura è alla fine, incombe l’obbligo di varare la legge di stabilità e la finestra temporale per la legge elettorale sta per chiudersi. Dunque, se non adesso quando? Terza questione: votare a scrutinio segreto 140 emendamenti avrebbe aperto la strada al «Vietnam parlamentare» cioè alla guerriglia minacciata da Bersani.

Di qui la scelta di Gentiloni per voti di fiducia che, essendo pubblici, neutralizzano i franchi tiratori. Scelta costituzionalmente legittima (si tratta di una legge ordinaria) e politicamente necessaria. Oltretutto, la legge in discussione – il Rosatellum – è iniziativa di un’ampia maggioranza parlamentare e il governo, con il voto di fiducia, richiesto anche dal grosso delle opposizioni, ha fatto da scudo. Che gridino al golpe i 5 Stelle è nella natura di un movimento nemico della democrazia rappresentativa. La loro democrazia è quella del web, diretta, regolata e ritrattabile secondo convenienza da una ditta privata e dall’arbitrio di un comico pregiudicato. A giugno concordarono e poi affossarono una legge di stampo tedesco. Ora vorrebbero votare coi due moncherini residuati dai tagli della Corte Costituzionale e renderci schiavi del caos che ne deriverebbe. Infine gridano che la legge è fatta contro di loro perché riconosce le coalizioni. Ma se non vogliono alleati e nessuno vuole allearsi con loro, a Di Maio resta sempre San Gennaro.