DOMANDA:

CARO DIRETTORE, ho letto con sconforto le intercettazioni che raccontano come nell’università italiana i concorsi non fossero guidati dalla necessità di scegliere il miglior insegnante, ma quello più vicino al barone di turno. I nomi sono eccellenti, persone che hanno anche ricoperto ruoli fondamentali nel Paese, magari gli stessi che in televisione, durante interviste, chiedevano urgenti riforme per portare l’Italia a livelli europei. Ma in quale Paese viviamo? Lucrezia, Monza

RISPOSTA:

ALCUNE INTERCETTAZIONI emerse dall’inchiesta in corso a Firenze sono effettivamente impressionanti. «Non è che non sei idoneo... Non rientri nel patto» si sentiva dire al telefono il ricercatore tributarista Philip Laroma Jezzi, che ha poi denunciato tutto alla Guardia di Finanza. E ancora: «Non siamo sul piano del merito, Philip, ognuno ha portato i suoi». Di impressionante c’è proprio il fatto che parliamo dell’università. Il luogo per eccellenza, cioè, del merito e della valorizzazione del sapere. Almeno sulla carta. Ora che dalle denunce si è arrivati agli arresti e all’ennesimo scandalo in seno al mondo accademico sono in tanti a dire che il marcio del sistema era cosa risaputa. E che il meccanismo, oliato alla perfezione, funziona da anni. Non importa se lecitamente o meno. Però è legittimo chiedersi perché allora nessuno si sia scandalizzato e abbia deciso di reagire e denunciare. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di farlo. Speriamo che serva a far ritrovare un po’ di moralità e di rispetto delle regole in un ambiente, quello universitario, da sempre custode di valori e cultura da tramandare e non da tradire. sandro.neri@ilgiorno.net