Milano, 1 ottobre 2017 - Ai politici capita raramente. Sono di solito gli artisti, i poeti e i filosofi a prevedere il corso tortuoso della Storia. Era il 1932, la Catalogna aveva appena ottenuto il primo statuto autonomista, quando in un celebre discorso pronunciato all’Assemblea costituente spagnola il filosofo José Ortega y Gasset levò un monito oggi attuale: «Uno Stato in decadenza fomenta i nazionalismi». Allora, la decadenza degli Stati era culturale, ma in tempi recenti si è fatta politica. La globalizzazione dei mercati e lo svuotamento di sovranità delle istituzioni statuali a beneficio di un’Europa mai nata politicamente hanno creato un vuoto: vuoto di politica, vuoto di radici, vuoto di identità. Ma una politica realmente “potente”, così come le radici di un’identità collettiva, sono esigenze primarie dell’uomo e quando vengono a mancare gli uomini le cercano dove possono.

Si spiega così l’odierno ritorno alle “piccole patrie”, agli orgogli nazionali, ai localismi. Si spiegano così il referendum (fallito) sull’indipendenza scozzese del 2014, il voto dei cittadini britannici contro la permanenza nell’Unione europea nel 2016 e, naturalmente, le odierne, straordinarie tensioni tra Barcellona e Madrid. A tutto questo si aggiunge un ulteriore detonatore: la crisi economica. Non è un caso che il nazionalismo catalano abbia vissuto un’accelerazione dal 2010, anno in cui la Spagna sfiorò il default. Anni di crisi, di recessione, di sacrifici. E poiché la Catalogna è il motore dell’economia spagnola e versa allo Stato centrale più di quel che riceve, ecco che l’idea dell’indipendenza si fa forte non più solo di un impulso spirituale ma anche di un calcolo materiale. Al netto dei vincoli giuridici e costituzionali, frantumare gli stati nazionali non è la soluzione. Ma non capire da dove nascano queste spinte centrifughe è folle. Comunque vada a finire, la crisi catalana ci ricorda che il potere della politica e l’identità delle nazioni vanno preservati e finché l’Europa resterà un’incompiuta buonsenso vuole che, come diceva Ortega y Gasset, lo si faccia all’interno dei confini statuali.