Milano, 13 ottobre 2017 -

LETTERA:

CARO DIRETTORE, Cesare Battisti già leader della banda Proletari Armati per il Comunismo, è stato condannato all’ergastolo in contumacia per quattro omicidi essendo latitante prima in Messico poi in Francia e quindi in Brasile. Quello che mi stupisce è che lo Stato italiano sia stato a guardare e a subire gli sberleffi di questo assassino, senza reagire. Ma insomma, non potevamo andare a prenderlo e portarlo da noi per sbatterlo in galera? (americani e israeliani lo hanno fatto). Roberto Nuara

RISPOSTA:

COME POTRÀ LEGGERE nelle pagine di cronaca, sul caso Battisti ci sono importanti sviluppi: il presidente brasiliano Temer ha deciso di revocare lo status di rifugiato politico a Cesare Battisti, che potrebbe essere estradato in Italia nel caso il Supremo tribunale federale non concedesse l’habeas corpus richiesto dagli avvocati dell’ex terrorista. La vicenda, a fasi alterne, tiene la prima pagina dei giornali, non solo in Italia, da molti anni. E il motivo per cui si trascini da tanto tempo va cercato nel clima, anche di protezione, che ha avvolto Battisti ed altri protagonisti della lotta armata degli Anni Settanta. A impedire che le autorità italiane procedessero con un arresto, per esempio, c’era inizialmente la dottrina Mitterrand, che proteggeva i terroristi latitanti in Francia. E nel caso di Battisti anche il Brasile ha fatto altrettanto. Ora il clima è cambiato. E viene allora da chiedersi perché Battisti non decida di lasciarsi alle spalle gli anni della paura e delle fughe per affrontare finalmente la situazione, e decidere lui della sua vita. sandro.neri@ilgiorno.net