Salò (Brescia), 3 ottobre 2017 - Ci vuole forza , coraggio e positività per crescere in fretta. Bisogna aggiungere passione e follia per diventare un calciatore come Lamin Jawo. Uomo vero, prima che atleta. Un ragazzone di quasi due metri capace di inseguire il proprio sogno (un pallone) sfidando tutto e tutti. La guerra, la fame, la sete, il mare e la solitudine. A ventidue anni Lamin, originario del minuscolo e tormentato Gambia (dove la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà), ce l’ha fatta. E il suo viaggio, difficilissimo, è nella sua fase più bella. Cerca gloria a piccole dosi, sogna e segna proprio come sperava nell’autunno di cinque anni fa durante quelle ore maledette e interminabili passate su un barcone instabile mentre attraversava il Mediterraneo con il terrore negli occhi. Mamma e papà volevano che studiasse, ma anzichè fare i compiti Lamin preferiva giocare nelle strade impolverate di Serrekunda sognando l’Europa, e oggi che è protagonista nella nostra serie C con la Feralpi non vuole fermarsi. La scalata è appena cominciata, il giovanotto si gode sul Garda la nuova esperienza. Senza dimenticare il passato, ma guardando con fiducia verso il futuro.

E pensare che in famiglia la sua passione era poco considerata...

«I miei genitori non erano d’accordo, per loro con il calcio non sarei andato da nessuna parte. Per aiutarli avrei dovuto studiare e cercarmi un lavoro. Ma io non ero d’accordo, tant’è che mi allenavo senza dir nulla alla scuola calcio Steve Biko, l’unica che faceva crescere i giovani»

E cosa successe?

«Pensai fra me: se devo inseguire il mio sogno devo andare a cercarlo. E questo non è il posto giusto. Presi lo zaino e avvisai i miei genitori solo quando il viaggio era cominciato. Avevo 15 o 16 anni, attraversai Senegal, Mali, Burkina Faso, fino ad arrivare in Nigeria. Stremato. Impiegavo settimane per passare da un Paese all’altro, non fu un viaggio facile. E il viaggio durò molti mesi, perché nel frattempo mi fermavo e lavoravo per avere qualche soldo in tasca. In Senegal dei falsi procuratori avvicinarono due miei amici, chiedevano 1500 euro per portarli in Germania. Io per fortuna decisi di andare avanti per i fatti miei».

Fin quando arrivo al punto d’imbarco, chiamiamolo così...

«Sì, la Libia. Ci rimasi nove mesi prima di ripartire con un barcone, destinazione Sicilia».

Se lo ricorda il suo “viaggio della speranza“?

«Sì. Pagai 2000 euro per salire sulla barca. Mi feci forza, perché sapevo che oltre quelle onde avrei potuto abbracciare il mio futuro. Lo cercavo nel calcio, mi aggrappai a quella speranza. Non avevo altra scelta, anche per aiutare la mia famiglia»

Perché l’Italia?

«Il vostro calcio mi è sempre piaciuto, fisicamente e tatticamente. Il mio idolo è Zidane, mentre oggi i miei punti di riferimento sono Immobile e Pellè, anche se hanno caratteristiche diverse».

Torniamo al viaggio. Come vincesti la paura?

«Quando hai un obiettivo importante accetti anche i rischi e qualsiasi sfida. Bisogna avere il coraggio di osare, io l’ho fatto. Poi sono stato fortunato, ma la buona sorte bisogna cercarsela».

Poi la terraferma. L’Italia. La luce.

«Vero. Dopo un’odissea durata due anni e una notte sbarcai a Siracusa e da lì mi trasferirono a Cagliari, in un centro d’accoglienza. Avevo sempre con me un pallone sgonfio con cui allenarmi, magari di nascosto, perché il direttore della struttura non voleva che giocassi visto che il posto era troppo stretto. Ma io gli risposi che il calcio era l’unica cosa che mi faceva divertire, quindi se non mi avesse trovato qualcosa di meglio avrei continuato a tirare calci al pallone...».

Insomma, un testone con una bella faccia tosta.

«Certo, anche perché lui mi mise alla prova. Mi disse: sei un giocatore? Vediamo. E mi mandò in una squadra di prima categoria di un paesino vicino Cagliari, con poche migliaia di abitanti. Riuscì a stupire tutti: pochi allenamenti e tre gol contro una squadra di Promozione. Mi si aprirono alcune porte, feci dei provini, ma il mio “status“ di profugo era un problema, non avendo i documenti il tesseramento era complicato».

Però lei non si arrese...

«Continuai i provini, mi notò il Savona e poi mi misi nelle mani di un procuratore serio come Giambattista Alimonda e dell’avvocato Filippo Pirisi che si diedero un gran da fare per risolvere la questione documenti che dovevano arrivare dal Gambia. L’estate del 2014 fu quella della svolta. Le prime esperienze e le prime reti gol in Eccellenza col Vado, poi la D col Finale Ligure e i gol promozione».

Cosa ricorda con più piacere di questi primi anni da calciatore?

«I complimenti di mister Gasperini dopo un’amichevole col Genoa. E poi il Pallone d’Oro della Regione Liguria per la serie D nel 2016»

E’ cambiato anche il suo modo di giocare visto il suo metro e novanta e un fisico da gazzella?

«Un po’ si. Quando arrivai in Italia ero più una punta esterna. Ora gioco più da centrale».

Cosa le ha dato l’Italia?

«Qui ho realizzato il mio sogno. Anche se vivo da solo ho tanti amici, spero un giorno di poter mettere su famiglia, ma non ho ancora una fidanzata».

Ripensa ogni tanto a quel viaggio?

«Sempre, quando chiudo gli occhi la sera. Non mi rende triste, mi fa sentire orgoglioso»

Oggi i tuoi genitori cosa dicono vedendo che il figlio si è finalmente realizzato?

«Mi chiamano tutti i giorni, ed è bellissimo sentirli. Riescono a vedere le mie foto sui social, vogliono sapere di tutto della mia esperienza. Presto verranno a vedermi, finora non c’è stata la possibilitàma adesso avremo un po’ di soldi e ci incontreremo. Porteranno anche le due mie sorelle e mio fratello. Intanto sono felice di poterli aiutare anche da qui».

Alla Feralpi come si trova?

«Benissimo. Mi hanno accolto splendidamente, mi sento a casa».

E dal futuro cosa chiede?

«Intanto voglio crescere e migliorare, e magari qualche gol con la Feralpi. Sogno la serie A, la maglia della Juventus, la possibilità di giocare nelle coppe europee. Salire più in alto, senza fretta. Quando lasciai l’Africa mi dissi: Posso giocare in Italia perché sono bravo. Ecco perché non mi fermo proprio ora».