Brescia, 27 maggio 2017 - L’omicidio della discoteca Copacabana ieri è approdato in Appello. Pene confermate per Marius Bonoru e Robert Mocanu, i romeni già condannati rispettivamente a 20 anni e a 18 anni e otto mesi per il delitto del trentenne italo-serbo Roberto Ljatifi, finito a coltellate nel piazzale del locale di Roncadelle la notte tra l’8 e il 9 dicembre 2014. La Corte, presieduta da Enrico Fischetti, ha accolto in toto la richiesta del pg Marco Martani che aveva sposato la ricostruzione uscita dal processo di primo grado. "E’ un atto di giustizia" ha esultato la vedova di Ljatifi, all’esterno dell’aula con altri parenti (le parti civili erano 13, tra cui il buttafuori della discoteca ferito durante la colluttazione).

I due imputati si sono sempre difesi proclamandosi innocenti e rimpallandosi la responsabilità delle coltellate mortali. Per gli inquirenti però non ci sono dubbi. La versione del responsabile della sicurezza, appunto ferito a sua volta, unico testimone, è stata ritenuta attendibile. Alla base dell’omicidio di Ljatifi, padre di cinque figli e di casa con la famiglia nella torre Cimabue di San Polo, c’era una rissa divampata per una banalità: una canzone chiesta al cantante, ospite del Copacabana. Un brano non gradito a Bonoru e Mocanu, tanto che la vicenda si concluse con una raffica di fendenti letali.

Il buttafuori avrebbe allontanato i romeni i quali, recuperati i coltelli in auto, sarebbero poi tornati per risolvere definitivamente il diverbio con Ljatifi e sferrare a lui quattro coltellate. Bonoru, un precedente per tentato omicidio alle spalle, ha peraltro peggiorato la sua posizione mettendosi nei guai in carcere. Detenuto a Ivrea, avrebbe provato ad assoldare il compagno di cella in procinto di uscire per uccidere il testimone dell’omicidio del Copacabana. L’uomo però era un collaboratore di giustizia e ha riferito alla magistratura di Torino.