Brescia, 17 marzo 2017 - «Hanefija Prijic nel corso del giudizio non ha mostrato alcuna presa di distanza dalle condotte commesse, ma anzi ha cercato fino all’ultima sua difesa di gettare sulle proprie vittime la responsabilità dell’accaduto». Così il gup Carlo Amedeo Bianchetti in un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui è stato condannato all’ergastolo Hanefija Prijic, il comandante Paraga, che nel maggio del 1993 ordinò la strage di Gornji Vakuf, del 29 maggio 1993. Sulle montagne bosniache quando vennero uccisi tre volontari italiani (due bresciani e un cremonese) impegnati in una missione umanitaria, Sergio Lana, Fabio Moreni e Giorgio Puletti mentre si salvarono fuggendo altri due componenti bresciani del gruppo: Agostino Zanotti e Cristian Penocchio.

Per il giudice si è trattato di un omicidio premeditato. «Paraga lo ha deciso quando ha voluto trasportare i cinque fino all’altipiano dove avrebbe dato ai due esecutori materiali l’ordine di sparare – scrive il giudice – può legittimamente ipotizzarsi che l’uccisione sia stata provocata dal convincimento che i cinque italiani fossero alleati del grande nemico, la Croazia». Per il gup la strage non fu dettata «dalla natura anomala della missione». Il togato ha infatti escluso che la spedizione «celasse dietro una apparenza umanitaria scopi meno nobili, quali il traffico di armi ventilato dalla difesa dell’imputato nel corso del processo. In nessun caso anche l’eventuale rinvenimento sugli automezzi delle vittime di qualcosa che potesse escludere la loro 'neutralità' avrebbe potuto giustificare l’eliminazione sommaria».