Berzo Demo, 14 gennaio 2018 - Sono passati 50 anni, eppure il ricordo del terremoto del Belice, che il 14 gennaio del 1968 devastò la Sicilia, è ancora vivo nella memoria del carabiniere ausiliario in congedo Lino Balotti di Berzo Demo, tra i primi ad accorrere in aiuto alla popolazione. Balotti fu inviato in Sicilia dopo che il generale Alberto Dalla Chiesa, allora comandante dei carabinieri di Palermo, si rivolse al Comando Generale dell’Arma a Roma, che poi mandò sul posto rinforzi da tutta Italia. Il camuno, all’epoca, era in servizio in Campania.

«Lo ricordo come se fosse ieri – spiega Balotti – Nella tarda serata del 14 gennaio ci è arrivato l’ordine di partire immediatamente per la Sicilia. Io ero in forza alla Compagnia carabinieri di Napoli. Con poche e lapidarie parole siamo stati informati dell’accaduto. Nel giro di pochi minuti abbiamo fatto i bagagli e ci siamo diretti al porto dove c’era una nave che ci aspettava direzione Palermo. Una volta arrivati, diverse ore dopo, siamo saliti sui camion passando per Corleone verso la valle del Belice, con destinazione Montevago».

All'epoca non esisteva il corrispondente dell’attuale Protezione Civile. I compiti che oggi svolgerebbero le tute gialloblu anni fa sono stati svolti dagli uomini dell’Arma, che a Montevago hanno lavorato spalla a spalla con i superstiti e con don Antonio Riboldi, allora parroco del paese, che Balotti ha definito «un indimenticabile prete operaio». Don Riboldi è morto da vescovo il 10 gennaio 2017 ed è noto come il “prete antimafia”. «Don Riboldi, con cui ho lavorato spalla a spalla, era un uomo eccezionale, che con i suoi curati per giorni si è prodigato per la popolazione, senza mai dormire – sottolinea Balotti – Quelli che ho trascorso in Belice sono stati giorni terribili e incredibili, come quello in cui ho estratto dalle macerie una mamma e una figlia avvolte in uno scialle nero, rimaste schiacciate da un’architrave mentre cercavano di fuggire. Con i colleghi, altre Forze dell’ordine e Armate, vigili del fuoco, soccorritori e volontari ci siamo occupati del recupero di eventuali superstiti e dei morti. Di notte, quando non si poteva scavare, a turno facevamo la ronda per tenere lontano gli sciacalli. Il riposo è stato pochissimo e la fatica tanta, anche a livello psicologico. Abbiamo operato quasi sempre sotto la pioggia. Si dormiva quando si poteva nelle tende immerse dall’acqua, eravamo fradici, le condizioni dei superstiti erano critiche. Siamo rimasti oltre 50 giorni. Le scosse, anche forti, non sono mai smesse».

Tra i soccorritori non sono mancate le croci: «Durante la forte scossa del 25 gennaio, a Gibellina, è restato vittima del sisma il collega, amico e coscritto carabiniere ausiliario Nicolò Canella medaglia d’oro al valore civile: non lo dimenticherò mai. Sono morti anche cinque agenti di polizia a Alcamo e quattro vigili del fuoco». Le vittime del terremoto del Belice sono state circa 400, i feriti mille e 90mila gli sfollati.