Brescia, 20 giugno 2017 - ​Manlio Milani, che 43 anni fa per colpa di quella bomba esplosa in piazza della Loggia perse la moglie, non riesce a nascondere l’emozione. Gli trema la voce: «Non so che cosa dire, potrebbe succedere di tutto». Da ieri è a Roma, insieme alla schiera degli avvocati di parte civile, compagni di viaggio della lunga, faticosa ricerca di giustizia che oggi in Cassazione potrebbe finalmente approdare a un punto definitivo. La prima sezione penale della Suprema Corte, presieduta da Arturo Cortese, è chiamata a pronunciarsi per la seconda volta sulla strage di piazza della Loggia. Era il 28 maggio 1974, ore 10,12. Dei candelotti di esplosivo infilati in un cestino dei rifiuti trasformarono in una ecatombe una manifestazione antifascista indetta proprio per protestare contro l’escalation di terrore in atto in quel periodo. I giudici dovranno dire la loro sulla condanna all’ergastolo inflitta il 22 luglio 2015 nel processo d’appello-bis al medico Carlo Maria Maggi, ritenuto leader indiscusso di Ordine nuovo nel Triveneto, per gli inquirenti il regista dell’attentato, e a Maurizio Tramonte, l’ex fonte Tritone dei servizi segreti. Gli “ermellini” hanno tre possibilità: rigettare i ricorsi contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano confermando le condanne, rinviare a un nuovo processo oppure annullare l’ultimo verdetto. «Siamo emozionatissimi - conferma l’avvocato Silvia Guarneri, a Roma con una decina di colleghi rappresentanti delle parti civili-. Forse non siamo mai stati così tesi. Potremmo davvero essere a un passo dalla verità definitiva».

La storia infinita della strage è costellata da istruttorie (tre, e ce n’è una ancora in corso, a carico del presunto esecutore materiale) di cui l’ultima sfociata appunto negli ergastoli a Maggi e Tramonte. Le prime condanne risalgono al 1979: i giudici di Brescia inflissero l’ergastolo a Ermanno Buzzi (poi morto nel carcere di Novara, strangolato dai detenuti neofascisti Mario Tuti e Pierluigi Concutelli prima dell’inizio del processo d’appello) e 10 anni a Angelino Papa, militante di estrema destra come Buzzi. In secondo grado tutto si risolse in assoluzioni, prima annullate in Cassazione e poi confermate. Nel 1984 sotto inchiesta finirono il neofascista Cesare Ferri, il fotomodello Alessandro Stepanoff e un suo amico, Sergio Latini. Anche in questo caso, assoluzioni. E ora l’istruttoria alla quale per 30 anni hanno lavorato i magistrati Francesco Piantoni e Roberto Di Martino. In primo grado, nel 2010, la Corte d’assise di Brescia mandò assolti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti. Idem la Corte d’appello nel 2012. La Cassazione però nel 2014 riaprì i giochi fissando un nuovo processo per Tramonte e Maggi. «Non sarà il verdetto della Corte a spiegarci cosa è successo - ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando - ma individuare delle responsabilità è una risposta»