Piazza Fontana, foto di gruppo di una generazione

di MARIO CONSANI
— MILANO —
QUARANT’ANNI, UNA VITA. Alcuni protagonisti della vicenda giudiziaria (e non solo) di Piazza Fontana sono entrati e usciti da questa storia come meteo...
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2009-12-11
di MARIO CONSANI
— MILANO —
QUARANT’ANNI, UNA VITA. Alcuni protagonisti della vicenda giudiziaria (e non solo) di Piazza Fontana sono entrati e usciti da questa storia come meteore. Altri invece accompagnano da allora le nostre esistenze e minacciano di non lasciarci più. Chi ha mai sentito, per esempio, il nome dell’avvocato Matteo Fusco? Eppure era un agente dei servizi segreti di tutto rispetto. L’ex ministro Paolo Emilio Taviani prima di morire raccontò a verbale che proprio Fusco, estremista di destra e buon amico del leader di Ordine nuovo Pino Rauti, il 12 dicembre ’69 stava partendo da Fiumicino per Milano, dove avrebbe dovuto «ordinare di fermarsi» a quelli che stavano per combinare «qualcosa di grosso». Da una radio in aeroporto apprese che per il suo viaggio era ormai troppo tardi: la bomba era già esplosa. Fusco è morto negli anni ’80 con i suoi segreti. E il commissario di polizia Pasquale Juliano in servizio a Padova? Fu il primo a intuire, mesi prima della strage, che i “neri” legati a Franco Freda e Giovanni Ventura potevano essere realmente pericolosi. Venne boicottato dai suoi capi, trasferito, addirittura incriminato e sospeso dal servizio. Ci vollero anni prima della “riabilitazione” nel silenzio di tutti, poco prima che morisse.

FREDA E VENTURA, invece. Per le sentenze giudiziarie che hanno assolto gli ultimi imputati neonazisti di Ordine nuovo, erano proprio loro due i responsabili della strage, anche se sono stati assolti definitivamente per insufficienza di prove più di vent’anni fa. Freda e Ventura, binomio inscindibile. Il primo, all’epoca procuratore legale padovano, capelli bianchi già da giovane, eloquio forbito, finì in carcere la prima volta nel lontanissimo ’72 ovviamente insieme al suo camerata Ventura, trevigiano, barba scura, piccolo editore di dubbio successo. Le loro strade si separarono solo alla fine: entrambi condannati per tutte le bombe nere del ’69 eccetto Piazza Fontana, dopo il carcere Freda rimase in Italia finendo in seguito coinvolto in alcune inchieste su Azione skinhead e trasformandosi in editore; Ventura invece espatriò nella lontana Argentina dove a Buenos Aires aprì un ristorante italiano.
Lontano, lontanissimo è da quasi 40 anni anche Delfo Zorzi, mestrino, all’epoca giovane studente di filosofia orientale a Napoli, ma da tempo ormai cittadino giapponese e imprenditore importante. E’ l’uomo assolto con formula dubitativa dall’accusa di aver portato la borsa dentro la banca, l’imputato ancora oggi alla sbarra (si fa per dire) per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Il personaggio la cui foto da eterno ventenne con maglione norvegese torna inesorabile sui giornali ogni volta che si parli del 12 dicembre.
All’estero da tanti anni, per la giustizia italiana “latitante”, è anche il generale Gian Adelio Maletti, l’ex vice capo del Sid (i servizi segreti militari), uno dei pochi ancora in vita tra i probabili custodi della verità su Piazza Fontana, insieme forse a Rauti e a Giulio Andreotti. Oggi quasi novantenne, una pena leggera da scontare per il depistaggio delle indagini sulla strage, Maletti depose con un salvacondotto nel processo milanese otto anni fa, ed è pronto a tornare in Italia a gennaio per testimoniare anche a Brescia. Spera probabilmente di poterci restare definitivamente (anche se la sua domanda di grazia è stata respinta) e sembra disposto ad aggiungere qualcosa alle pillole di verità che finora ha concesso ai magistrati che hanno indagato sulle bombe del 12 dicembre ’69.
Intanto, dal suo “esilio” di Johannesburg il generale racconta all’ “Espresso” particolari inediti sull’epoca della strategia della tensione, per esempio sull’esplosivo della strage che - dice - giunse «da un deposito militare americano in Germania. Entrò in Italia dal Brennero, a bordo di uno o più tir. Fu scaricato a Padova dove venne affidato agli ordinovisti locali». Maletti conferma anche il ruolo di protagonista della strategia del terrore avuto da un personaggio rimasto finora in ombra e cioè l’ordinovista padovano Ivano Toniolo, il neonazista sparito nel nulla (ora forse in Angola), la cui figura è tanto inquietante da aver convinto i magistrati milanesi a riaprire a sorpresa gli interrogatori sulle bombe nere. Proprio da Maletti, insomma, potrebbe passare la stretto vicolo che la nuova inchiesta giudiziaria su Piazza Fontana sembra in grado di imboccare.
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