Brescia, 2 novembre 2017 - L'autobiografia, da Pina Bausch in poi, è diventata sia forma sia tema d’espressione favorita di danzatori e autori, che la praticano volentieri nelle loro scritture coreografiche e nelle performance che costellano i cartelloni teatrali o anche, sempre più spesso, i luoghi museali. Nel programma del Teatro Grande di Brescia c’è però un’autobiografia diversa, completamente danzata - cosa ormai insolita nel panorama contemporaneo - e al tempo stesso molto più intima di quelle che pescano soprattutto nell’emozione o nei ricordi. Domani va in scena “Autobiography” dell’inglese Wayne McGregor (1970), dove nella grafia del titolo spicca il tratto “bio”, vita, materia vivente, in questo caso il genoma del coreografo, lo spunto base che ha ispirato questo suo ultimo lavoro. La scorsa estate, previa la sequenziazione dei propri geni ad opera di un’équipe di scienziati, Wayne MacGregor ha messo mano ai suoi quaderni di appunti, rivisitando schegge di musica, arte, esperienza, fino a individuare 23 capitoli danzabili, tanti quanti sono i cromosomi umani.

La coreografia infatti tratta questo “catalogo della vita”, tra individuo e specie, per selezione, duplicazione e mutazione del movimento attraverso l’uso di un algoritmo che decide ogni sera-recita l’ordine in cui dar vita ai 23 “volumi” predisposti, come ad esempio natura, istinto, nutrimento/allevamento/educazione, di cui si compone “Autobiography”. E anche i dieci danzatori impegnati in ogni sezione vengono “scelti” di volta in volta dal computer. Nessuna replica, dunque, è mai uguale a un’altra. Ed ecco alcuni elementi-temi di “Autobiography”: “Avatar”, un solo fluido a spirali, “aging”, un duetto morbido; “immobilità”, al suolo, in posizione sospesa; “sonno” tra colori e bagliori, e ancora “scelta”, alla ricerca di un incontro umano che dà luogo alla solitudine di una donna con la sua ombra.

Meno estremo di molte delle creazioni precedenti di McGregor, quanto alla dinamica spinta, “Aubiography” si vale del tocco magico di Ben Cullen Williams per le scene in alluminio e di Lucy Carter per le luci viscerali e sorprendenti, respirando nei ritmi della musica elettronica della producer afroamericana Jlin (Patton). Fin dalla fondazione del suo gruppo, già Random, questo innovativo coreografo-artista di punta della scena britannica, residente al The Place, al Royal Ballet e al Sadler’s Wells (ha coreografato “Il calice di fuoco” della saga di Harry Potter in ambiente virtuale, ma anche un “classico” balletto teatrale su Virginia Woolf con Alessandra Ferri), ha sempre guardato con grande interesse alle nuove tecnologie e all’innovazione in campo scientifico, una linea di azione a 360° che ora sviluppa nello Studio Wayne McGregor, magnifico spazio aperto di ricerca nel Queen Elizabeth Olympic Park londinese.

“Autobiography”, Wayne McGregor Company, Teatro Grande Brescia.