Bergamo, 5 ottobre 2017 - I tifosi juventini presenti domenica a Bergamo se lo sono mangiati con gli occhi. Alcuni dirigenti bianconeri presenti in tribuna forse si saranno mangiati le mani, per aver concordato di lasciarlo in prestito alla Dea fino a giugno. Mattia Caldara è stato uno dei grandi protagonisti dell’ennesima notte da favola atalantina, la notte della “remuntada”, dallo 0-2, contro la corazzata Juventus. Perfetto come sempre in fase difensiva, decisivo, come capita spesso, in quella offensiva: il suo tap in sulla respinta di Buffon, per la rete del 1-2 che ha riaperto l’incontro, è la fotografia di un giocatore multidimensionale. Che sta crescendo sempre di più, nel gioco e nella personalità.

Per capire quanto conti il numero 13 nerazzurro basta una semplice statistica. Senza Caldara, fermato ad agosto da un fastidio al tendine d’Achille, l’Atalanta nelle prime due giornate ha incassato due sconfitte con Roma e Napoli. Con il ritorno del centrale di Scanzorosciate, a settembre, in sette partite sono arrivati altrettanti risultati utili e nemmeno una sconfitta. Difficile credere al caso. Gian Piero Gasperini, che lo scorso anno lo ha lanciato titolare dopo un biennio di apprendistato in B tra Trapani e Cesena, è pronto a mettere la mano sul fuoco su di lui. Sul giocatore e sul ragazzo.

«È uno che non si accontenta mai, vuole sempre migliorare, guarda i video, lavora sui dettagli, non ha paura di prendersi le sue responsabilità. Sa di dover andare alla Juve ma è attaccatissimo a questo ambiente e a questa maglia», è il pubblico elogio tributatogli dal mister nerazzurro sabato, alla vigilia del match contro la Juventus. Una gara che si annunciava speciale per Caldara, davanti alla squadra del suo prossimo futuro, quasi una prova di esame. Passata a pieni voti, un 7 unanime nelle pagelle sui quotidiani e poi quel gollonzo, da rapace d’area, marchio di fabbrica di un difensore capace di infilare 9 reti in 35 partite in serie A nell’arco di appena 11 mesi.