Bergamo, 18 febbraio 2017 - Lo dico in molti: Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, sarebbe un eccellente candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Lombardia (si vota fra un anno), ma quando glielo chiedi, quando gli domandi se per caso il ruolo di sindaco non gli stia un po’ stretto, e che non sia giunta l’ora di uscire dalla provincia e puntare a un ruolo politico nazionale, lui ti risponde con un sorriso: «Mi aspettavo questa domanda. No, fare il sindaco non mi sta stretto, oggi sto bene qui, domani vedremo…Dico solo che per vincere in Lombardia occorrerà una coalizione vasta e compatta e il Pd dovrà guardare sia al centro che a sinistra».

Un po’ come è accaduto qui a Bergamo quando ha vinto lei….
«Esattamente».

Oggi però il Pd non potrebbe essere più diviso. Si contano qualcosa come 14 correnti. Lei in quale si riconosce?
«In nessuna. Questo esercizio di fare a fettine il Pd piace molto ai giornalisti, ma in realtà il Pd è molto meno frazionato di come si racconta. C’e’ un’ampia maggioranza del partito che sostiene l’attuale segreteria, io sto con quella».

Come finirà secondo lei? Bersani dice che la scissione è già nei fatti, il partito sembra lacerato su tutto, sui tempi del congresso, sulla data del voto.
«Si tratta di capire se congresso e voto possono essere pretesti per mandare a pezzi il Partito democratico. Io la trovo una follia. In direzione Bersani ha detto cose interessanti che mi piacerebbe fossero argomenti del congresso, ha una sensibilità politica di cui il Pd oggi ha bisogno, non capisco proprio perché ostinarsi a ritenere pregiudiziale la questione della data, che a me pare assolutamente secondaria. Bisogna che tutti facciano il possibile per scongiurare lo strappo. In D’Alema ho trovato delle note di disprezzo personale verso Renzi che mi fanno ritenere che il rapporto sia irrecuperabile, ma per Bersani è diverso, lui al partito vuol bene».

E Orlando?
«Anche Orlando. Andiamo al congresso e confrontiamo le diverse opinioni».

Secondo lei quando andremo a votare per le politiche?
«Mantengo molte perplessità su un voto affrettato a giugno».

Ma ormai questa ipotesi sembra tramontata…
«Se ci diamo il tempo per un’elaborazione rispetto a quello che è successo, non tanto la sconfitta del referendum, ma un minimo tempo per spremere le meningi, per ragionare insieme su strategie, obiettivi, programmi, io penso che sia necessario, quindi che si voti a ottobre 2017 o a febbraio 2018 cambia poco. La cosa importante è che il partito arrivi all’appuntamento unito e con le idee chiare».

Cosa pensa del nuovo movimento di Pisapia? Dice che se Renzi rinunciasse ad Alfano, potrebbe profilarsi un’intesa con il Pd per allargare la coalizione di centrosinistra?
«Giudico molto positiva questa iniziativa di Giuliano Pisapia, che è persona che stimo molto e che ritengo perfettamente in grado di riunire attorno a sé realtà della sinistra intelligente e non velleitaria come tante volte abbiamo visto. Detto questo, non condivido la condizione che lui pone. È difficile che l’alleanza fra Pd e Campo Progressista possa raggiungere il 51 per cento. Io lavorerei per fare insieme più strada possibile ma senza mettere troppi paletti».

Con il sistema proporzionale sembra inevitabile un governo di coalizione, c’è già chi ipotizza un governo «Renzusconi»…
«Chi lo fa non aspetta altro di avere un bersaglio da colpire tutti i giorni. In tempi recenti si è già resa necessaria una collaborazione con il centrodestra. Io non auspico una soluzione del genere».

Qualcuno spinge perché il premio di maggioranza venga assegnato non alla lista ma alla coalizione, lei è d’accordo?
«No, vedo dei rischi per il Pd in questo caso. Il premio alla coalizione sarebbe un grande regalo a Salvini, che oggi con la sua destra lepenista e xenofoba sta andando in una direzione molto diversa da quella di Berlusconi e di una destra moderata e liberale. Ma se dai il premio alla coalizione li obblighi a stare insieme, è un grave errore».

Qual è la miglior proposta di legge elettorale?
«Quella che ha fatto Cuperlo che dice di introdurre un premio alla lista che arriva prima, questo indubbiamente faciliterebbe la formazione di una maggioranza».