Bergamo, 20 uglio 2017 - Una lettera scritta il giorno dopo la sentenza d’appello, che gli ha confermato la condanna al carcere a vita per l’omicidio di Yara Gambirasio. Massimo Bossetti scrive, come sempre, su un foglio protocollo, con le parole che più gli stanno a cuore evidenziate in maiuscolo. Racconta l’ansia in attesa del verdetto, quelle interminabili quindici ore. Si sente vittima di una ingiustizia perché gli è stata negata la possibilità di difendersi. Si definisce “profondamente deluso, sconfortato, distrutto”, “stanco di soffrire e far soffrire”, al punto da pensare di essere ormai un peso per tutti. Ma non si arrenderà. Mai. Vive per la famiglia e per dimostrare la sua innocenza. 

Scrive Massimo Bossetti: “Dopo aver gridato con coraggio, con tutte le mie forze a testa alta, di fronte ad una Suprema Corte, nella speranza che stavolta potessi realmente, finalmente essere creduto nella mia verità di sempre, aspettando con ansia, in trepida attesa, il verdetto di giudizio, camminando, non più di cinque passi davanti e cinque passi indietro, per ben quindici interminabili ore, in una cella nei sotterranei del tribunale, nuovamente mi viene riconfermata la condanna di primo grado, in ergastolo. Che dirvi, dopo tutto quello che ingiustamente continuo dover subire, neppur più ora tengo la forza di scrivere. Sto perdendo il piacere, che più di tutto desidero, nel stare accanto a mia moglie, ma soprattutto ai miei amori figli, cuccioli di vita nel vederli crescere. Sono profondamente deluso, sconfortato, distrutto dal dolore, stanco nel farmi capire e non essere per niente capito né ascoltato. Soffro, vedere attraverso gli occhi di mia moglie, i miei figli, mia mamma, mia sorella, troppa sofferenza ingiusta. Sono stanco di soffrire e far soffrire, nel capire di essere ormai un peso per tutti quanti. Mi chiedo ora che valori abbia ancor la mia vita, se non mi viene concessa nessun possibilità nel difendermi. Vorrei poter credere ancora nella ‘giustizia’, ma dopo tutto quello che sto vivendo, nella maniera più disumana possibile, ho grandi seri dubbi nel ripensarlo ... Non demordo e per niente desisto, primo perché orami la mia innocenza è diventata una ragione di vita e secondo, vivo per l’amore della mia famiglia. Pertanto, non smetterò MAI nel gridare in oltranza la più assoluta sincera verità di sempre: LA MIA INNOCENZA!!!”. 

Ha affidato la lettera al difensore Claudio Salvagni. «Lo seguo - dice il legale all’uscita dal carcere di Bergamo - dai primi giorni dopo l’arresto. Non l’ho mai visto così disperato. Per la condanna, certo, ma soprattutto per la percezione di non avere potuto difendersi. È un uomo devastato, finito, un morto vivente, che s’interroga disperatamente sul perché la sua supplica di una perizia sul Dna non è stata accolta. Si chiede come potrà spiegare ai figli che il padre è stato condannato per la seconda volta. E ogni volta si abbandona a un pianto disperato. Io stesso esco con il cuore spezzato. Spero che le persone che hanno decretato la condanna possano capire e soffrirne per tutta la vita. È una cosa indegna di quella che dovrebbe essere la patria del diritto». 

«La nostra battaglia - assicura il legale – andrà avanti. Con il collega Camporini prepareremo il ricorso in Cassazione. Non solo. Porteremo il caso Bossetti nel mondo. Il mondo deve indignarsi. Stiamo pensando a un convegno di respiro internazionale, con genetisti del livello di Gill, di Butler. Questo non è solo un processo: è una battaglia di giustizia». In carcere Bossetti è guardato a vista. «Non temo - dice Salvagni - gesti inconsulti. Se fosse stato da solo, sì. Ma ha la moglie, i figli, la mamma, la sorella, tanti amici che credono in lui». Nel pomeriggio Bossetti ha ricevuto la visita della moglie Marita e dei tre figli.