Bergamo, 17 maggio 2017 - Anche i colleghi di lavoro di Daniela Roveri, la manager di 48 anni ammazzata con un fendente alla gola la sera del 20 dicembre 2016 nell’androne del palazzo di via Keplero, al civico 11, a Colognola, quartiere cittadino, si sono sottoposti spontaneamente a prelievo salivare alla ricerca del Dna. Un passaggio quasi obbligato in questa indagine, condotta dai pm Davide Palmieri e Fabrizio Gaverini, che ancora non ha infilato il tunnel della pista giusta. Il lavoro, si diceva, un’ipotesi investigativa. Daniela si occupava di contabilità alla ditta Icra Italia spa di San Paolo d’Argon. Dalle testimonianze raccolte tra i colleghi, soprattutto fra quelli che erano a diretto contatto con lei, il quadro dipinto è quello di una dirigente molto apprezzata per le sue capacità professionali. Mai uno screzio. Gli uomini della Squadra mobile della questura, assieme ai colleghi delle Fiamme gialle, hanno spulciato nei suoi computer, anche quelli utilizzati in ditta, alla ricerca di qualche spunto interessante.

Lo stesso è stato fatto anche per i suoi conti correnti, e dati bancari: è emerso che dal 2012 in poi i 3.500 euro netti che la manager guadagnava venivano puntualmente spesi. Daniela Roveri, che viveva con la madre Silvana Arvati, era una donna che amava viaggiare, fare vacanze con la madre, comperare abiti e accessori, spese tracciate dall’utilizzo del bancomat e della carta di credito. E quella dei soldi e dei conti rimane ancora una pista calda. Così come quella dei vicini, alla ricerca di una persona che magari poteva aver perso la testa a causa di un litigio. La Roveri conduceva una vita molto riservata, con poche amicizie (l’unico partner aveva un alibi per la sera del delitto).

A oggi sono stati sottoposte a prelievo salivare oltre 200 persone tra inquilini del condominio dove abitava la vittima e gli altri palazzi che si trovano nella zona di via Keplero. Ma il mistero resta. Al di là delle ipotesi c’è un dato, un Dna isolato in due tracce, su una guancia, mentre l’assassino tappava la bocca, e quello sotto l’unghia della mano destra della dirigente, durante un tentativo di reazione, forse agguantando proprio la mano di chi la stava uccidendo. Un indizio con cui dare la caccia al killer. Già a meta gennaio, quindi una ventina di giorni dopo l’autopsia, la scientifica aveva estratto dalle due tracce organiche un profilo genetico maschile. Che è diventato ancora più indiziante dopo il confronto con il Dna dei soccorritori, e degli investigatori che avevano operato la sera dell’omicidio.

Nessuno dei loro profili corrisponde al Dna trovato sulla guancia e sul dito. La relazione della Polizia scientifica regionale deve essere ancora depositata in procura ai pm che si occupano del caso. Sarà interessante leggere quel documento anche perché non è detto che da lì non possano spuntare nuovi elementi, dettagli utili per l’inchiesta. Conti bancari, vicinato, appaiono, in questo momento, i due filoni su cui gli inquirenti intendono concentrare le loro attenzioni.