2009-07-04
VERTOVA
NELLA CASA del delitto non cè nessuna traccia di Alì Ndiogou. Il mio cliente è innocente». Il nuovo particolare sullomicidio di Maria Grazia Pezzoli, limprenditrice uccisa con oltre trenta coltellate il 24 luglio 2008 nella sua abitazione-ufficio di Vertova, è stato rivelato ieri, al termine delludienza preliminare, dallavvocato Giovanni Fedeli, difensore del presunto colpevole, Alì Ndiogou, il senegalese di 40 anni, di Vertova, che, secondo le contestazioni, avrebbe ucciso la donna dopo essersi visto rifiutare i 48 mila euro che reclamava dopo un licenziamento ritenuto ingiusto. «Non basta la prova del dna (uno dei capisaldi dellaccusa, ndr) - ha dichiarato il legale - che fa corrispondere un paio di gocce di sangue trovate fuori dalla casa della vittima con il profilo genetico del mio assistito. Laggressione alla donna, che è stata cruenta ed è durata almeno quattro o cinque minuti, è avvenuta allinterno delledificio. E mi sembra impossibile che una persona, presumibilmente ferita, mentre aggredisce e sferra 30 coltellate ad una donna non perda nemmeno una goccia di sangue. Perchè il punto è qui: non è stata trovata alcuna traccia biologica di Alì Ndiogou in quella casa. E non sono state trovate impronte digitali. Il sangue trovato fuori dallabitazione non è sufficiente a dimostrare la presenza di Ndiogou sul luogo del delitto, ovvero allinterno della casa, dove cè sangue della vittima ovunque: fin dal piano superiore, a partire dalla camera da letto, per poi scendere lungo le scale, arrivare al piano terra e allo studio vicino allingresso dove è stato trovato il corpo di Maria Grazia Pezzoli».
Diversa la versione del pm Carmen Pugliese, che ieri ha chiesto il rinvio a giudizio di Alì Ndiogou e degli altri tre indagati (i difensori hanno chiesto invece il proscioglimento): Giuseppe Bernini, il marito della vittima E Aliuone Badara Silla, senegalese di 39 anni, entrambi accusati di favoreggiamento; e il maresciallo Ignazio Grinciari, comandante dei carabinieri di Fiorano, a cui sono contestati il falso ideologico e il concorso in sottrazione di cose sottoposte a sequestro.Ad incastrare Ndiogou, per il magistrato, sarebbero le tracce ematiche e il sudore trovati sul luogo del delitto e compatibili con il suo dna; alcune impronte e altro dna compatibile rilevato su un lembo di pantalone su cui cera anche il sangue della vittima.
Intanto ieri mattina il senegalese si è fatto interrogare per una ventina di minuti dal gup Vittorio Masia, al quale ha ribadito la propria innocenza, elencando i suoi spostamenti il giorno dellomicidio e fornendo indicazioni sulle persone che lo avrebbero visto in quelle ore. La decisione del gup è attesa per il 15 luglio.
M.A.