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Quarto Oggiaro, regno del male? Io ho più paura di piazza Duomo

di MARIELLA RADAELLI
— MILANO —
TORNARE per un attimo con la mente alla strada del cuore, e attraversarla. Che cosa significa per lo scrittore (e architetto) Gianni Biondillo? Vuol di...
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2009-07-02
di MARIELLA RADAELLI
— MILANO —
TORNARE per un attimo con la mente alla strada del cuore, e attraversarla. Che cosa significa per lo scrittore (e architetto) Gianni Biondillo? Vuol dire sentire tutta l’aria di casa: «Per me è via Lopez, sempre nella mia testa». Per un cantore di Quarto Oggiaro come lui, «via Lopez è il mio panorama interiore: vi sono cresciuto». Lo scrittore, che ora vive nei pressi della Stazione Centrale, è sbocciato lì, in quel grande quartiere d’edilizia popolare facente parte della Zona 8. «In via Lopez 6 - racconta -, in una delle grosse torri di otto piani in fila nella strada. Sono arrivato lì dalla clinica Mangiagalli».
La strada dei primi giochi? Perchè allora si poteva giocare fuori casa, vero?
«Certo, è stata anche la mia strada dei giochi. Nel cortile ho giocato grandi partite di pallone. Mi sono provocato numerose escoriazioni alle ginocchia su quell’asfalto. Giocavamo a nascondino nelle scale del condominio, poi si usciva dal cortile come piccoli Indiana Jones alla ricerca dell’ignoto. E pensare che adesso dove abito c’è scritto che è vietato ai bambini giocare nel cortile. Le mie bambine, di 4 e 9 anni, che per ogni padre sono le più belle bambine del mondo, alla domenica vengono con me in via Lopez 6. Andiamo da mia madre a mangiare la pastasciutta, poi loro scendono in quel cortile. In loro rivedo quel bambino che giocava sull’asfalto, o che andava a comprare il pane e il latte nei negozi sullo slargo tra via Lopez e via Simoni, o che andava a chiamare papà al bar per dirgli di salire perché la pasta era pronta. Erano quelli i miei viaggi infantili».
Prova mai nostalgia?
«No. E’ un sentimento che mi irrita. Non l’ho mai provata. Provo affetto e tenerezza, sì, e rispetto per la memoria. La nostalgia è una resa incondizionata al passato. Invece noi abbiamo il dovere d’andare avanti. Siamo una freccia proiettata nel futuro. In Italia si vive sempre nel passato: ecco perché la società è in declino. Si pensa al nostro passato glorioso, che abbiamo avuto per giunta in eredità. E guardiamo il risultato, anche a Milano. Abbiamo una città incattivita, che vive di paura. Mentre qui ci sono un sacco di talenti inespressi, tra i giovani, gli extracomunitari e gli anziani».
Torniamo in via Lopez.
«Mi ricordo un giorno di terza o quarta elementare: tornai a casa dalla scuola di via Trilussa con un compito particolare. La maestra ci chiese di guardare la targa della nostra via per vedere quale fosse la professione del personaggio che dava il nome al nostro indirizzo di casa. Io lessi: Sabatino Lopez, commediografo. Un mestiere che non avevo mai sentito. Dovevo scoprirlo. Ma a casa non giravano libri. La mia era una famiglia sottoproletaria. Ma se è per questo, i libri girano poco anche adesso, e non solo a Quarto Oggiaro. In Italia non si legge. Fuori dalle case ci sono però sempre le antenne paraboliche. Tornando a Lopez, dovetti aspettare la mattina la spiegazione della maestra. Comunque io, di Sabatino Lopez, morto nel 1957, non ho mai letto niente».
Poi da via Lopez se n’è andato.
«Quando mi sono sposato e ho trovato casa. Per me che non ho la patente, presupponeva fare ogni volta un’ora buona di viaggio. Io mi sono laureato, dico sempre, sull’autobus. Io uso molto i mezzi pubblici».
Oggi lei, per la Milanesiana diretta da Elisabetta Sgarbi, sarà protagonista di una serata speciale che la vedrà a bordo del tram bianco 1702. Leggerà suoi brani ai passeggeri.
«Ho accettato con piacere questa esperienza simpatica. I nostri tram sono bellissimi oggetti di design, che il mondo ci invidia. Dovremmo usarli di più».
Quarto Oggiaro è ancora la periferia con le situazioni di marginalità più serie?
«Quando si parla di Quarto Oggiaro, sembra sia l’unica sede del male. Ma non si dice mai che è viva di fermenti creativi che vengono organizzati dal basso. E che c’è un senso d’appartenenza al territorio. Si dice: il male sta lì, e allora tutti si mettono la coscienza a posto. Invece le situazioni di marginalità sono distribuite a macchia nella città. A me fa più paura piazza Duomo dopo le 8 e mezza di sera. Diventa un luogo spettrale. Mi sento più sicuro a Quarto Oggiaro».









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