Parla un collega dei medici arrestati: proteggevamo i pazienti non mandandoli dal dottor Brega perchè "i suoi metodi erano i più ortodossi. Nessuno in clinica aveva stima di lui"
Milano, 11 giugno 2008 - "Lo sapevano tutti. Che i metodi di Brega non fossero i più ortodossi era risaputo". A svelare i retroscena di una delle vicende più cupe della sanità privata milanese è il medico Marcello Rosa, un collega di Brega, impegnato nel reparto di cardiologia della Santa Rita da dieci anni. Non ha paura di raccontare e le sue parole confermano quanto già determinato dalla magistratura. Sarebbero almeno 88 i casi di lesioni gravi contestati ai sanitari della clinica. Interventi chirurgici, dunque, non necessari. Inutili e ingiustificati. Due gli arresti. In manette finiscono il primario di chirurgia toracica Pier Paolo Brega Massone e Pietro Presicci con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Altri dodici professionisti, agli arresti domiciliari, dovranno invece rispondere di truffa al sistema sanitario. Il dito è puntato contro le contestazioni effettuate, i drg: "troppo gonfi" secondo i pm Grazia Pradella e e Tiziana Siciliano. In pratica, si tratta di un formulario che attribuisce ad ogni diagnosi un rimborso. Più interventi, più ricoveri e più rimborsi. Dalle intercettazioni, che non lasciano spazio a dubbi, emerge di tutto.
"Nessuno, in clinica, aveva stima di Brega - racconta il dottor Rosa -. Né a livello professionale, né a livello deontologico. Girava la voce che forzasse le indicazioni al ricovero e all’intervento. Purtroppo, non sono un investigatore e i miei, fino al momento dell’arresto, erano soltanto sospetti. Non avevo prove. Ho sempre protetto i miei pazienti, come hanno fatto del resto anche i miei colleghi. Come? Evitando di mandarli da lui". Dell’inchiesta, in corso da un anno, Marcello Rosa non fa mistero. "Non è un caso se a luglio dell’anno scorso ci hanno tolto le convenzioni con la chirurgia toracica - spiega il medico -. Colpa delle irregolarità riscontrate nell’operato del primario, che adesso è in carcere. Siamo rimasti per ben due mesi senza quel reparto, adesso c’è un nuovo responsabile al quale non è mai stata fatta alcuna contestazione".
Affronta con più cautela, invece, l’irregolarità dei drg. "Si tratta di interpretare la correttezza di una richiesta di fatturazione - commenta il dottor Rosa -. Io sono convinto che qui tutti abbiano operato in modo corretto e i criteri di valutazione della Regione siano un po’ troppo restrittivi. Se ad esempio un paziente è ricoverato con polipatologia, per chiedere il rimborso, è necessario scegliere una sola diagnosi che, teoricamente, è quella che ha richiesto il maggior impegno durante il ricovero. Non necessariamente, però, la mia opinione dev’essere identica a quella di un collega". I dintorni della clinica sono affollati da curiosi. Qualcuno, passando davanti all’ingresso dell’ambulatorio, rallenta il passo per dare un’occhiata. I giornalisti non sono i benvenuti, chi entra viene cacciato via malamente, nonostante i microfoni e le telecamere vengano lasciati diligentemente all’ingresso.
"Via! Andate via o chiamiamo la polizia - urlano un paio di dipendenti della clinica -. Qui non potete entrare". L’aria è tesa, l’atmosfera pesante. I medici hanno le bocche cucite. Entrano ed escono veloci dalla clinica, con la testa china e lo sguardo basso. Nessuno ha voglia di parlare. Nessuno ha voglia di esporsi. "Ci sentiamo sotto assedio" accenna qualcuno mentre scappa in direzione del motorino. E i pazienti? "Tutti coloro che avevano programmato degli interventi sono entrati in clinica - spiega Marcello Rosa -. Ieri, nonostante tutto, l’ambulatorio era pieno. Chi ci conosce ha fiducia in noi. Le domande da parte dei malati sono normali. Un po’ di preoccupazione vista l’entità e la gravità della vicenda credo sia normale". E in effetti dall’interno della clinica arrivano pareri unanimi. "Oggi sono tutti così gentili - racconta chi è ricoverato -. Le infermiere, così come i medici, passano di continuo a chiederci se è tutto a posto. Sembrano particolarmente interessati al nostro comfort".
L’umore dei milanesi è nero. "È una vergogna - si sfoga Elisa B -. Giocare così con la vita delle persone". "Se dovessi farmi operare - spiega la signora Irma P - mi rivolgerei ad un’altra struttura. Rischiare dopo tutto quello che è venuto a galla non ha alcun senso". "Lavoro e vivo nei dintorni - racconta Francesca G -. Erano in tanti a sapere che era meglio andare altrove per farsi operare. Ho sentito diverse persone parlarne male". C’è anche chi dimostra più clemenza: "Ho fiducia nel mio medico - commenta Rita Dal Col -. Sto aspettando di essere operata e fino ad ora non ho mai avuto di che lamentarmi". "Alla Santa Rita? - risponde dopo qualche secondo Barbara Facchini -. Solo per i piccoli interventi". I dipendenti della clinica si difendono: "Noi non abbiamo colpa. Non si può, per colpa di pochi farabutti, fare di tutta un’erba un fascio".
di Sabrina Perez